Pagine

domenica 11 gennaio 2026

INCONTRANDO SE STESSI

La filosofia dell’incontro autentico: tra destino, semplicità e amore

Dunque “abbiamo sdoganato quasi tutto”, la riflessione filosofica si confronta con un mondo che ha perso molti dei suoi tabù, ma non per questo ha trovato risposte definitive. Anzi, la libertà di espressione e la decostruzione dei dogmi hanno aperto nuovi interrogativi sull’identità, sull’amore, sul senso dell’incontro e sul destino. In questo scenario, alcune frasi evocative: “Scheletri nell’armadio”, “Non ci s’incontra mai per caso perché le coincidenze non esistono!”, “Inutile irruenza”, “Una semplicità disarmante”, “Amore nei cuori”, diventano chiavi di lettura per un’esplorazione filosofica dell’esistenza.

Il destino e l’illusione della coincidenza

“Non ci s’incontra mai per caso perché le coincidenze non esistono!”: questa affermazione richiama il concetto nietzschiano di Amor Fati, l’amore per il proprio destino. Per Friedrich Nietzsche, ogni evento della vita, anche il più doloroso, è parte integrante di un disegno che va accolto con amore e senza rimpianti. “Accettare e amare ogni aspetto della nostra esistenza, inclusi gli ostacoli e le sofferenze, è il segreto per trasformare le difficoltà in opportunità di crescita”. L’incontro, dunque, non è mai fortuito, ma è un nodo necessario nella trama del nostro divenire.

La verità dei nostri “scheletri nell’armadio”

La filosofia ci insegna che l’autenticità passa attraverso la consapevolezza delle nostre ombre. Gli “scheletri nell’armadio” non sono solo segreti, ma simboli delle parti rimosse del nostro essere. Come insegna Socrate, “conosci te stesso” è il primo passo verso la saggezza. Solo affrontando ciò che nascondiamo possiamo liberarci dalle maschere e vivere con coerenza. Abbiamo “sdoganato quasi tutto”, resta il compito più arduo: sdoganare noi stessi, accettando la nostra complessità.

L’inutile irruenza e la forza della semplicità

“Inutile irruenza”: la filosofia stoica ci mette in guardia contro le passioni incontrollate. Epitteto ci invita a distinguere ciò che dipende da noi da ciò che non lo è, e a non sprecare energia in reazioni impulsive. In questo senso, la “semplicità disarmante” non è banalità, ma potenza silenziosa. Come scriveva Montaigne: “la vera libertà sta nel potere di vivere come si vuole”. La semplicità è una conquista, non un punto di partenza: è il risultato di una lunga decostruzione dell’ego e delle illusioni.

L’amore come forza trasformatrice

Infine, “amore nei cuori” è forse la sintesi più profonda. L’amore, da Platone a Simone de Beauvoir, è stato visto come forza che trascende l’individuo, lo apre all’altro e lo trasforma. Per Platone, l’amore è desiderio di bellezza e verità; per Spinoza, è gioia che nasce dalla comprensione dell’essere; per Nietzsche, è volontà di potenza, cioè capacità di affermare la vita in tutte le sue forme. In ogni caso, l’amore autentico è sempre un atto filosofico: ci costringe a uscire da noi stessi, a riconoscere l’altro nella sua irriducibile alterità.

Conclusione

Anche se il mondo ha smascherato le sue illusioni, la filosofia ci invita a un nuovo tipo di autenticità, quella che nasce dall’accettazione del destino, dalla trasparenza interiore, dalla rinuncia all’irruenza e dalla riscoperta della semplicità. In questo cammino, l’amore non è solo sentimento, ma fondamento ontologico dell’essere. Perché, in fondo, “non ci s’incontra mai per caso”: ogni incontro è un invito a diventare ciò che siamo.

Francesco Iannitti 

lunedì 5 gennaio 2026

RIPARTIRE DA SÉ

La scrittura come atto di resistenza

C’è un momento, nella vita di ciascuno, in cui il tempo sembra arrestarsi. Non per una pausa voluta, ma per un’improvvisa frattura, un’interruzione che non avevamo previsto. Per me, quel momento è coinciso con la diagnosi della sclerosi multipla. Una parola che, fino a poco prima, era solo un’eco lontana, un termine medico tra tanti. Poi, d’un tratto, è diventata parte integrante della mia identità. Avevo pensato di pubblicare un altro libro. La scrittura, per me, è sempre stata un atto di costruzione, di resistenza, di dialogo con il mondo. Ma i sintomi della malattia hanno imposto una battuta d’arresto. Non solo fisica, ma anche esistenziale. Il corpo, che prima era uno strumento silenzioso, ha iniziato a parlare con voce propria, a reclamare attenzione, a dettare i tempi. E con esso, anche la mente ha dovuto ricalibrare i suoi ritmi, le sue priorità. In questa sospensione forzata ho imparato a guardare la realtà con occhi nuovi. La disabilità, che spesso viene percepita come una mancanza, è diventata per me una lente attraverso cui rileggere il senso dell’agire umano. Non più solo efficienza, velocità, prestazione ma presenza, ascolto, profondità. Ho compreso che la vulnerabilità non è un difetto da nascondere, ma una condizione ontologica che ci accomuna tutti, anche se in forme diverse. Riprendere a scrivere oggi, dopo quel silenzio, non è solo un ritorno a un progetto interrotto. È un atto di consapevolezza. Scrivo non nonostante la mia condizione, ma attraverso di essa. La disabilità non è più un ostacolo da superare, ma una parte del mio essere che mi permette di interrogare il mondo con maggiore lucidità e compassione. È un invito a ripensare le categorie con cui giudichiamo il valore di una vita, la produttività, la normalità. Viviamo in una società che celebra l’autonomia come valore assoluto, dimenticando che l’essere umano è, per sua natura, interdipendente. La fragilità non è un’eccezione, ma la regola. E forse è proprio da qui che può nascere una nuova etica: un’etica della cura, della lentezza, della reciprocità. Una filosofia incarnata, che non si accontenta di concetti astratti, ma che si misura con la carne, con il dolore, con la resistenza quotidiana. Riprendiamo, dunque, da dove ci eravamo lasciati. Ma non siamo più gli stessi. Ogni parola che scrivo oggi è intrisa di questa nuova consapevolezza. È un passo, forse incerto, ma autentico. Perché scrivere, in fondo, è un modo per restare umani. Anche e soprattutto quando la vita ci mette alla prova.

Francesco Iannitti 

martedì 11 aprile 2023

Siamo circondati dalle azioni dei nove enneatipi

 

(immagine dal web)

In questo primo articolo vi voglio mostrare innanzitutto quello che è riconosciuto a livello mondiale come il potente simbolo dell'Enneagramma, non mi sto a dilungare molto sulla sua storia e le sue origini, che a quanto pare sono ancora avvolte nel mistero, ma vi cito il primo divulgatore in Occidente, il filosofo e mistico Georges Ivanovič Gurdjieff. Bene, nove punti, definiti dai più "enneatipi," nove essenze, nove modi e più di interpretare il proprio stare al mondo e ovviamente quello altrui. Ma andiamo per gradi, iniziando come da prassi dal vertice cioè dall'Enneatipo 9. Bla bla bla, perché bla bla bla, però bla bla bla e poi le sue frecce e le sue ali bla bla bla, nonché il suo centro è quello delle viscere mentre ce ne sono altri due che sono quello della mente e quello del cuore e bla bla bla. Volete sapere come si caratterizza un enneatipo 9 secondo me? Bene, ascoltate attentamente la canzone di Pino Daniele: "Che ore so'". Attenzione, i "bla bla bla" non vogliono assolutamente essere dispregiativi rispetto a tutti i modelli interpretativi che nei vari metodi gli studiosi hanno teorizzato e/o adottato, anzi, ne citeremo alcuni a tempo debito, solo che qui l'intento è un po' differente, il mio approccio è essenzialmente pratico filosofico e questo è solo l'inizio del viaggio che intraprenderemo insieme per imparare a conoscere meglio noi stessi, che ne dite? Forza, senza paura! Al prossimo articolo.

lunedì 27 luglio 2020

Giornata Mondiale della Filosofia UNESCO 2010


https://youtu.be/hFe9OJf_VWk
Ho ricevuto ieri questo video, inerente la Giornata Mondiale della Filosofia UNESCO 2010, dall'allora Presidente del Club UNESCO di Lucera (FG), Massimiliano Monaco, che ringrazio di cuore. Sono stato uno dei relatori ed infatti il mio intervento inizia al minuto 34:25. 🙏❤️📚



giovedì 9 aprile 2020


LE CARAMELLE MAGICHE

Un po' di tempo fa, nel Paese degli gnu, dove regna il massimo del rispetto tra tutti gli esseri viventi e dove tutti, ma proprio tutti, conoscono il proprio ruolo all'interno di quella società, arrivò una piccola carovana di artisti, si può dire fossero artisti viaggiatori: musici, sputafuoco, pittori, acrobati e domatori di leoni. Con loro portarono tante "stranezze", infatti, per gli animali che vivevano nel Paese degli gnu, era molto strano vedere quegli attrezzi e quegli uomini che si davano un gran da fare, nei giorni subito successivi al loro accampamento là, per dare libero sfogo alle loro "stravaganze". Gli animali del posto, ne erano incuriositi e lentamente si avvicinarono, prima guardinghi e poi sempre più desiderosi di apprendere, con i loro sensi, di cosa si trattasse; e così videro il pittore mentre dipingeva un "en plein air" inerente la natura circostante e subito i bufali, gli ippopotami e i coccodrilli, tuffatisi in una grossa pozzanghera d'acqua, uscirono sporcando la terra con fango e fogliame, facendo assumere a quello spazio un non so' che di molto pittorico; e poi gli acrobati, avvicinatisi ad un albero di acacia della savana, saltavano su e giù dai rami a mo' di babbuini, ed infatti questi ultimi si arrampicarono su un albero di fronte imitandoli e sghignazzando, poi si udì un suono provenire da uno strano arnese, trattavasi di una bella fisarmonica suonata con maestria e dunque i quadrupedi iniziarono ad emettere rumori, tra i più disparati, a volte riuscendo proprio a prendere le stesse tonalità dello strumento musicale; scapparono tutti a gambe levate, procurando un gran polverone che offuscò per ore l'area circostante la tendopoli della carovana degli artisti, quando lo sputafuoco cominciò con la sua arte ad offrire uno spettacolo per loro spaventoso, per quanto affascinante potesse essere; dopo un po', infatti, arrivarono tre grossi elefanti con le proboscidi cariche di acqua a spruzzare tutto l'accampamento, bagnando tutti e cercando così di salvare la savana da un incendio, ovviamente improbabile visto che la carica di fuoco si era già esaurita in aria, distante dagli arbusti, con la fine del liquido infiammabile sputato. Arrivò dunque il turno del domatore di leoni che, trovandosi in un ambiente selvaggio, non sapeva bene come comportarsi, gli venne dunque in mente di aver portato con sé un baule pieno di quelle caramelle magiche, si fa per dire, in realtà erano delle zollette di zucchero con un potente calmante. Le distribuì tra gli animali, tenendosi a debita distanza, e questi cominciarono a mangiarne; ben presto, tutti gli animali, erano un po' narcotizzati ed il domatore, felice dunque, poté dare dimostrazione della sua arte e, avvicinandosi agli animali feroci e stuzzicandoli con una frusta, gli dava degli ordini che loro disattendevano. Beh, non fece proprio una bella figura con gli altri suoi colleghi artisti ma ormai il danno era fatto. Arrivò la sera e dunque il buio, tutti andarono a dormire e fuori si sentivano i rumori della savana. Gli artisti si crearono un piccolo fortino, intorno al loro accampamento, per evitare di essere aggrediti dagli animali che vivevano in cattività ma essi, quella notte, erano davvero molto nervosi, l'effetto delle caramelle magiche stava pian piano svanendo, riportando la savana alla sua normalità. I leoni, i leopardi, le iene e gli sciacalli, ripresero a predare le gazzelle, le zebre, gli gnu, i bufali, il maiale della savana e le giraffe, le stesse scappavano e brucavano per sopravvivere e così gli ippopotami, i coccodrilli, i rinoceronti e gli avvoltoi, si nutrivano con quello che la natura gli offriva, insomma tutti si ripresero i propri ruoli. Il domatore di leoni, che si svegliò intimorito da tutti quei rumori, scrutando quello che gli appariva al chiaro di luna, decise che, il giorno dopo, avrebbe ridistribuito un po' di quelle caramelle magiche cosicchè, pensò lui, quei massacri potessero finire per sempre. Così fece e, il mattino seguente, gli animali che si avvicinavano alla tendopoli trovarono quelle caramelle magiche e, un po' a mo' di virus, mangiandone, tutti si contagiavano di una serenità innaturale. A distanza di una settimana, tutto mutò nella savana, in meglio, pensavano gli artisti, non si sentivano più i rumori, non si temevano visite sgradite da parte degli animali selvaggi, si poteva uscire dall'accampamento in tutta sicurezza e la flora rigogliva indisturbata, che posto stupendo, davvero un Eden. Gli artisti, parlando tra di loro, decisero di impiantarsi là e di spargere la voce ad altri umani, appena ne avessero avuto l'occasione. Il "virus", continuava ad essere propagandato attraverso le caramelle magiche ma, ben presto, gli artisti si accorsero che la scorta che avevano non era illimitata e nessuno poteva partire per procurarsene ancora e tornare dunque indietro ma ecco che cominciarono a circolare delle idee tra le più disparate tra gli artisti e tra queste ne prevalse una: "Per la mia grande conoscenza degli animali pericolosi, vi dico che, vista l'enorme quantità di caramelle magiche che stiamo dando a questi animali selvaggi, vedrete che essi non ritorneranno mai più ad essere feroci!" Sentenziò il domatore di leoni. Tre giorni dopo, le caramelle magiche terminarono e lo strano "virus" cessò di circolare nel sangue della fauna della savana. Gli animali cominciarono ad aggirarsi rabbiosi nei pressi dell'accampamento degli artisti ma le caramelle magiche erano ormai finite ed il domatore di leoni, preso dall'orgoglio di non rifare una figuraccia con i suoi colleghi, uscì fuori per dimostrare che gli animali erano ormai "guariti", perché quel "virus" li aveva trasformati, manco a dirlo, fu sbranato in un batter d'occhio ed il resto degli artisti, riparandosi alla meglio, scappò lasciando l'Eden ai legittimi proprietari che, nei giorni a seguire, ritrovarono la loro vera Natura. Il "virus" così si estinse per sempre.

Francesco Iannitti