A passo d’uomo: dignità, orgoglio e la fragile arte del camminare nel mondo
Procedere a passo d’uomo è diventato un atto rivoluzionario. In un’epoca che celebra la velocità, la performance e l’iper‑produttività, scegliere di avanzare lentamente, a regola d’arte, significa riaffermare la propria dignità. Non una dignità astratta, ma quella concreta, incarnata nei gesti quotidiani: rialzarsi dopo il cadere, rimettersi in piedi, respirare, guardare avanti con un’energia nuova, magari anche un po’ deciso! La dignità, come ricorda Martha C. Nussbaum nella sua teoria delle capacità, non è un attributo decorativo dell’essere umano, ma la condizione minima per poter fiorire nel mondo. È un valore che si manifesta nei dettagli: nel modo in cui trattiamo gli altri, nel modo in cui ci trattiamo, nel modo in cui affrontiamo le nostre fragilità. È un valore rispettoso per definizione, perché non può esistere senza riconoscere l’altro come ugualmente degno. Eppure, la dignità non basta. Serve anche orgoglio. Non l’orgoglio arrogante, ma quello che Axel Honneth definisce “lotta per il riconoscimento”: la consapevolezza che ogni individuo ha il diritto di essere visto, ascoltato, riconosciuto nella propria unicità. L’orgoglio è ciò che ci impedisce di accettare passivamente l’umiliazione, ciò che ci spinge a dire “io valgo”, anche quando il mondo sembra suggerire il contrario. Ma la vita non è solo teoria. È fatta di inciampi, di cadute, di momenti in cui ci ritroviamo metaforicamente, e talvolta letteralmente, con il viso a terra, e allora? Allora si riparte dai piedi, da quel contatto primordiale con il suolo che ci ricorda che siamo animali terrestri, vulnerabili, imperfetti. Camminare è un atto filosofico: lo sapeva bene Rousseau, che nelle sue Passeggiate trovava nella lentezza il ritmo naturale del pensiero. E in tutto questo, dove stanno i gelati? Proprio lì: nella vita reale. Nel quotidiano. Nel fatto che, mentre cerchiamo di essere dignitosi, orgogliosi, rispettosi, profondi, ci capita anche di scioglierci al sole, di goderci un cono alla fragola, di ridere, di sporcarci le mani. Il gelato è la metafora perfetta della nostra condizione: dolce, effimera, enorme! Nella sua semplicità. Ricorda che la filosofia non è solo nei libri, ma soprattutto nelle piccole gioie che ci tengono umani. E infine, la parola forse più difficile: compassionevoli. Non pietosi, non indulgenti, ma capaci, come suggerisce il Dalai Lama nelle sue riflessioni sulla compassione universale, di riconoscere la sofferenza altrui come parte della nostra stessa esperienza. Essere compassionevoli significa accettare che tutti cadono, tutti inciampano, tutti si rialzano; significa camminare insieme, a passo d’uomo, senza giudicare.
Francesco Iannitti
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