L’idea di deterrenza non appartiene solo alla sfera politica o militare: essa è, in senso profondo, un principio educativo. Educare significa porre limiti non per reprimere, ma per orientare; è un atto di rispetto verso la libertà dell’altro, che si riconosce come fragile e bisognosa di guida. La umiltà dell’educatore consiste nel sapere che ogni gesto formativo è un sacrificio del proprio ego, un’offerta che si compie sul terreno dell’incontro umano. Nietzsche ci insegna che l’eterno ritorno è la prova suprema dell’amore per la vita: accettare che ogni istante possa ripetersi all’infinito. In questa prospettiva, l’educazione diventa una commedia sacra, dove ogni errore, ogni storno di rotta, è parte del copione che conduce alla maturità. La perpetua tensione tra ciò che siamo e ciò che potremmo essere è il motore del divenire umano. Il vero splendore dell’educazione non risiede nell’efficacia immediata, ma nella efficacia lenta e profonda che trasforma il cuore. Ogni atto educativo è un sacrificio, rinunciare alla pretesa di plasmare l’altro secondo i propri desideri per lasciarlo fiorire nel suo mistero. È un lavoro terreno, concreto, ma aperto all’eterno. La vita, in fondo, è una serie di viaggi nuziali tra l’anima e il mondo, un continuo sposarsi con la realtà, anche quando essa appare ostile. I sorrisini che accompagnano le piccole vittorie quotidiane sono segni di grazia, frammenti di una gioia che non si impone ma si dona. In essi si rivela la forza dell’umiltà, il riconoscimento che ogni passo, anche il più incerto, partecipa al mistero del ritorno e della redenzione. In questo intreccio si disegna una filosofia dell’esistenza che è insieme pedagogia e poesia, un invito a vivere con misura, luce e gratitudine.
sabato 25 aprile 2026
domenica 12 aprile 2026
CURE PALLIATIVE
Le cure palliative non sono un “ultimo gesto”, ma un orizzonte educativo e relazionale che restituisce dignità quando tutto sembra rotto, depauperato, svuotato di senso.
Sono un luogo in cui la fragilità non è un difetto, ma una trave portante dell’umano; un luogo in cui l’occhio non osserva per giudicare, ma per custodire. In questo spazio sospeso, dove il tempo sembra vivere in sincope, le persone non chiedono di essere salvate, chiedono di essere riconosciute e proprio qui si colloca la dimensione sociopedo‑filosofica delle cure palliative, un accompagnamento che educa alla presenza, alla parola giusta, al silenzio che protegge.
Chi opera nelle cure palliative sa che spesso è il silenzio a guidare.
Un silenzio pressoché assordante, capace di spingere, come balle di fieno in una piazza deserta, pensieri che non trovano più voce. È un silenzio tangenziale, che sfiora senza invadere, che olea le relazioni irrigidite dalla paura, che permette finalmente di dire ciò che non si era mai osato. In questo contesto, anche un’immagine surreale come un gatto miagolando che sembra parlare, diventa metafora di ciò che accade, quando la vita si assottiglia, ogni segno diventa linguaggio, ogni gesto diventa rivelazione.
Le cure palliative educano a un equilibrio delicato:
- protezione, intesa come cura, ascolto, prossimità;
- potestà, intesa non come dominio, ma come capacità di sostenere l’altro senza sostituirsi a lui.
È un’arte che richiede maturità, perché il rischio è sempre quello di scivolare nella sufficienza, nel fare “per” invece che “con”, nel trattare come inetti coloro che invece stanno vivendo il momento più lucido della loro esistenza. La pedagogia palliativa insegna che nessuno è un parvenu dell’ultimo tratto, ognuno porta con sé una storia, una scia di relazioni, un patrimonio di senso che merita rispetto.
La foglia che si stacca dal ramo non è un fallimento, è un compimento.
Così, nelle cure palliative, la morte non è un attacco improvviso, ma un processo che chiede di essere accompagnato con delicatezza.
La filosofia ci ricorda che la finitudine non è un incidente, ma una condizione costitutiva.
La pedagogia ci insegna che ogni passaggio può essere educazione.
La sociologia ci mostra che nessuno muore da solo, muore sempre un mondo, una rete, una comunità.
Per questo le cure palliative non sono solo un servizio sanitario, sono un ecosistema relazionale che restituisce umanità a chi rischia di sentirsi “sempre l’ultimo”.
Le cure palliative di natura sociopedo‑filosofica ci ricordano che l’ultimo tratto della vita non è un anticipo di nulla, non è il penultimo di qualcosa. È sempre l’ultimo, e proprio per questo è prezioso. San Francesco d’Assisi ci esorta alla pratica dell'umiltà, della preghiera, dell'amore fraterno. In quel tratto si ricompongono trave e foglia, occhio e silenzio, scia e attacco, rotto e finalmente guarito nel profondo.
È lì che l’umano si mostra senza maschere e dove la cura diventa un atto di verità.
Francesco Iannitti
lunedì 6 aprile 2026
L'INCLUSIONE SOCIALE
Viviamo di giudizi rapidi e di sentenze che spesso si confondono con opinioni. In questo contesto la domanda su che cosa sia giusto non è solo morale ma pratica: decide carriere, relazioni e la distribuzione delle attenzioni. Si vuole esplorare come la vita pubblica e privata si intreccino, mostrando come atteggiamenti sui generis e strategie di sopravvivenza burocratiche plasmino il senso comune. Quando una sentenza approda, non si chiude solo un caso, si produce un simbolo che rimodella aspettative. È facile confondere il giusto con il conveniente, e così la comunità si abitua a giudizi che galleggiano più per la rumorosità che per la fondatezza. In ambienti dove prevalgono i meccanismi di potere, chi è ai vertici sa come orientare le narrative; chi non lo è resta ai margini, accusato di ingenuità o di essere un sempliciotto; ingenuità che però in San Francesco d’Assisi, ad esempio, era la forza, quella di insegnarci a rispettare tutti noi in quanto fratelli e dunque il Creato in toto.


