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lunedì 6 aprile 2026

L'INCLUSIONE SOCIALE


Viviamo di giudizi rapidi e di sentenze che spesso si confondono con opinioni. In questo contesto la domanda su che cosa sia giusto non è solo morale ma pratica: decide carriere, relazioni e la distribuzione delle attenzioni. Si vuole esplorare come la vita pubblica e privata si intreccino, mostrando come atteggiamenti sui generis e strategie di sopravvivenza burocratiche plasmino il senso comune. Quando una sentenza approda, non si chiude solo un caso, si produce un simbolo che rimodella aspettative. È facile confondere il giusto con il conveniente, e così la comunità si abitua a giudizi che galleggiano più per la rumorosità che per la fondatezza. In ambienti dove prevalgono i meccanismi di potere, chi è ai vertici sa come orientare le narrative; chi non lo è resta ai margini, accusato di ingenuità o di essere un sempliciotto; ingenuità che però in San Francesco d’Assisi, ad esempio, era la forza, quella di insegnarci a rispettare tutti noi in quanto fratelli e dunque il Creato in toto.
Le organizzazioni moderne funzionano con procedure che spesso anestetizzano la responsabilità individuale. Le carriere costruite con i tunnel carpali diventano metafora di un lavoro che consuma il corpo e la mente, dove non si misura in saggezza. In questo ambiente, la creatività è vista come un rischio, si premiano comportamenti prevedibili e si stigmatizzano approcci intuitivi e non deduttivi tout-court, anche quando l'intuizione sarebbe la via più feconda.
La cultura delle solitudini allontana dalla società inclusiva davvero. In questo panorama, l'umiltà non è sottomissione ma una pratica etica, riconoscere i propri limiti, ascoltare le differenze e rifiutare la tentazione di emettere sentenze definitive su vite complesse.
La fatica cognitiva si manifesta in modi concreti quando le sinapsi che vanno a 3 cilindri diventano metafora di una società che funziona a bassa intensità, dove la capacità di pensare profondamente si riduce. Resistere significa coltivare spazi di riflessione, allenare la curiosità e rifiutare la logica del risultato immediato. Non si deve rinunciare alla profondità; al contrario, chi mantiene l'attenzione critica può trasformare la frenesia in pensiero.
La sfida sociofilosofica del nostro tempo è trasformare le sentenze in dialoghi e il giusto in ricerca condivisa. Occorre rompere il circuito degli omertosi, valorizzare l'umiltà come pratica pubblica e riconoscere che l'intuitivo e il deduttivo possono collaborare e diventare così un'unica grande risorsa epistemica. Solo così le nostre comunità potranno emergere dall'apparenza e costruire relazioni meno puerili, meno burocratiche e meno solitarie.

Francesco Iannitti 

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