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sabato 21 marzo 2026

L’EMIGRANTE IN PATRIA


L’emigrante in Patria è una condizione contemporanea ancora molto attuale.

Nella nostra epoca, l’identità sembra ridursi allo scattare di un’immagine: un gesto rapido, impulsivo, che pretende di fissare ciò che siamo in un istante. Ma ciò che nasce come nitido, nel giro di pochi respiri appare già sbiadito.  

In questo mondo ci viene chiesto non di essere ma di performare. La vita diventa un palcoscenico permanente, un luogo in cui si deve fornire costantemente una prova di sé: efficienza, emozioni, opinioni, risultati. Bisogna sospendere il ritmo, interrogare ciò che accade a riconoscere che l’identità non è un’immagine ma un processo.

La cultura contemporanea sembra aver smarrito i rudimenti dell’umano:  

- la lentezza,  

- la profondità,  

- la capacità di sostare,  

- la disponibilità a non sapere.  

La logica dominante è quella del sé selfish, non nel senso originario di cura di sé ma come costruzione narcisistica di un’immagine da esibire. Il sé diventa un oggetto da vendere, ottimizzare, mostrare.  

Il counseling filosofico invita invece a recuperare la dimensione originaria del “prendersi cura”: non un gesto egocentrico, ma un ritorno al proprio centro, al proprio respiro, alla propria interiorità.

In questo contesto emerge la figura dell’emigrante in Patria, 

non colui che lascia la propria terra, ma colui che resta e tuttavia non si riconosce più. È un’esperienza sempre più diffusa:  

- sentirsi stranieri nei propri luoghi,  

- non riconoscere più i ritmi che un tempo ci appartenevano,  

- percepire una distanza crescente tra ciò che siamo e ciò che il mondo ci chiede di essere; ciò non è un fallimento ma, come un segnale prezioso, l’inizio di un cammino. L’emigrante in Patria è colui che avverte la frattura e decide di ascoltarla.

La modernità ama definirsi razionale, ma è attraversata da nuove forme di superstizione.  

Non crediamo più negli spiriti, ma crediamo nei numeri, nelle metriche, negli algoritmi. La superstizione oggi è la fede cieca nel dato:  

- “se non è misurabile, non esiste”,  

- “se non è visibile, non vale”,  

- “se non genera attenzione, non ha senso”. In questo clima nasce la figura del buzzicone, l’individuo che vive di rumore, di eccesso, di sovraesposizione. Non importa la qualità, importa il volume. Non importa il contenuto, importa l’impatto. Siamo invece invitati a un’altra forma di ascolto: silenziosa, profonda, non reattiva. Una forma di ascolto che non cerca il rumore, ma il senso.

La pressione sociale ci spinge a diventare personaggi, non persone.  

Un personaggio è definito dal ruolo che interpreta; una persona, dalla profondità che abita.  

C'è bisogno di lavorare proprio su questa distinzione:  

- smascherare i ruoli,  

- riconoscere le maschere,  

- distinguere ciò che facciamo da ciò che siamo. Non si tratta di rifiutare la dimensione sociale, ma di non confonderla con la nostra identità.

Come può l’emigrante in Patria ritrovare casa?  

Non attraverso un ritorno nostalgico, ma attraverso un ritorno al volto

il proprio e quello dell’altro.  

Il volto non è un’immagine da scattare, ma un luogo di relazione, è ciò che resiste alla performance, ciò che non può essere ridotto a un dato, ciò che sfugge alla logica del rumore.

Si accompagna questo ritorno attraverso tre movimenti:

a) Riconoscere la frattura

Accettare di sentirsi stranieri. Non negare il disagio, non anestetizzarlo.

b) Interrogare il proprio cammino,

domandarsi:  

- “Quali parti di me sto performando?”  

- “Quali sto nascondendo?”  

- “Quali sto sacrificando per essere accettato?”

c) Riappropriarsi del proprio ritmo

Ritrovare la lentezza, la profondità, la capacità di sostare.  

Riconoscere che la vita non è un servizio da fornire, ma una presenza da abitare.

Dunque, non sbiaditi, performativi, rumorosi, la vera rivoluzione è tornare a essere persone.  

L’emigrante in Patria non è un individuo smarrito, ma un cercatore:  

colui che avverte che qualcosa non torna e decide di non ignorarlo.  

E forse è proprio in questo gesto semplice, essenziale, radicale che l’emigrante in Patria ritrova finalmente casa.


sabato 14 marzo 2026

SULLA DIGNITÀ POSSIBILE IN UN'ITALIA SMARRITA


In un’Italia che spesso sembra oscillare tra commedia e tragedia, ci scopriamo sempre più permalosi, pronti a reagire con sospetto a ogni parola che incrina la superficie fragile delle nostre certezze. È come se vivessimo in un teatro dove tutti temono di essere smascherati, e così ci si affretta a smascherare gli altri. Il risultato è un clima di inimicizia sottile, un brusio costante di diffidenza che logora più delle grandi crisi. In questo scenario, non mancano figure che ricordano il Gatto e la Volpe: abili nel promettere scorciatoie, nel trasformare i favori in ricatti, nel far passare per virtù ciò che è solo opportunismo. Sono i nuovi falsari, non di monete ma di relazioni, di parole, di intenzioni. E spesso trovano terreno fertile in una società dove la fretta di ottenere qualcosa supera la pazienza di costruire. Intanto, sullo sfondo, si muove la macchina delle utenze, dei moduli, dei timbri, dei burocrati che custodiscono un potere minuscolo ma capace di rallentare vite intere. È un’opera che non produce bellezza, ma solo accumuli di beni e di scartoffie, come se la burocrazia fosse diventata una forma di esistenza autonoma, indifferente alla realtà che dovrebbe servire. Eppure, proprio qui, nel punto più opaco, può accadere qualcosa di sorprendente. Può accadere che qualcuno, un volto inatteso, un gesto gratuito, una parola non calcolata, ci dica: “Ti stavo aspettando!” Non come frase di circostanza, ma come rivelazione: la vita non è solo un intrico di interessi, ma anche un luogo dove si può essere accolti senza condizioni. È in questi spiragli che ritroviamo la dignità, non come orgoglio ferito, ma come radice profonda dell’essere umano. Una dignità che non ha bisogno di ricatti né di favori, perché si nutre di Fede, di amore, di quella pace che non è assenza di conflitto ma presenza di senso. La consapevolezza nasce proprio qui: nel riconoscere che la nostra opera quotidiana, piccola o grande che sia, può essere un contributo alla ricostruzione del tessuto umano, non alla sua corrosione. E che la clemenza, parola quasi scomparsa dal vocabolario civile, è invece una forza rivoluzionaria: non debolezza, ma scelta di non rispondere al male con la sua stessa logica. Forse l’Italia non ha bisogno di nuovi eroi, ma di uomini e donne che sappiano sottrarsi alla tentazione di essere il Gatto o la Volpe di turno; persone capaci di custodire la propria dignità e quella altrui, anche quando il mondo sembra chiedere il contrario. E allora sì, forse possiamo dircelo anche noi, ogni tanto, con un sorriso che non è ingenuità ma coraggio: ti stavo aspettando. Perché la rinascita, in fondo, comincia sempre da un incontro... Insieme!

Francesco Iannitti 

domenica 8 marzo 2026

BISOGNA AGIRE L'ETICA

Ormai, l’attenzione al cliente, è diventata la metafora dominante delle relazioni umane. Non solo nei negozi o nei servizi, ma ovunque: nelle amicizie, nelle famiglie, persino nelle comunità. Ci si aspetta che l’altro sia sempre disponibile, accomodante, pronto a risolvere i nostri bisogni immediati, e quando questo non accade, ci irritiamo come consumatori insoddisfatti.  Questa mentalità produce due figure emblematiche del nostro tempo: gli istrionici, sempre in scena, impegnati a mostrarsi più che a essere; e i dormienti, che attraversano la vita come se fosse un corridoio anonimo, senza mai interrogarsi su ciò che accade dentro e attorno a loro. Entrambi, seppur in modi diversi, finiscono per evadere dalla responsabilità più elementare: quella verso la propria coscienza.  A complicare il quadro c’è la proliferazione dei falsi malanni: non solo quelli fisici, ma soprattutto quelli morali. Ci raccontiamo di essere troppo stanchi, troppo occupati, troppo feriti per affrontare ciò che davvero conta. È un modo elegante per rimandare, per non scegliere, per non esporsi. Eppure, mentre ci giustifichiamo, la vita continua a bussare. E non sempre con delicatezza. Molti pensano all’etica come a qualcosa di solenne, immobile, scolpito in marmo. Un insieme di principi da ammirare a distanza, come statue in una piazza. Ma un’etica così è inutile: non parla, non muove, non trasforma. L’etica autentica è un gesto quotidiano, vitalizzante, che richiede presenza, lucidità, coraggio. Non è un codice da imparare, ma un modo di stare al mondo. Per questo, più che proclamarla, bisogna agire l’etica! Agirla significa assumersi la responsabilità delle proprie scelte, anche quando nessuno guarda. Significa esigere da sé stessi una coerenza che non sempre è comoda. Significa smettere di preoccuparsi per tutto e iniziare a priorizzare ciò che davvero costruisce la nostra umanità. Se continuiamo a vivere come consumatori della nostra stessa esistenza, oscillando tra spettacolo e torpore, tra giustificazioni e fughe, arriverà un momento in cui la vita ci presenterà il conto. Non come punizione, ma come conseguenza. E quel momento potrebbe assomigliare a una schermata improvvisa: game over! Non perché tutto finisca, ma perché ci accorgiamo di non aver davvero giocato la partita che ci era stata affidata. Questo non è un appello moralistico, ma un invito alla presenza. A riscoprire la dignità del pensare, del sentire, del decidere. A non delegare la nostra coscienza ai ritmi del mercato, alle mode emotive, alle narrazioni di comodo. In un mondo che ci vuole distratti, performanti o addormentati, la vera rivoluzione è tornare a essere semplicemente umani. E l’umanità, quando è autentica, è sempre un atto etico.

Francesco Iannitti

domenica 1 marzo 2026

LA FRAGILITÀ CONTEMPORANEA

La condizione umana contemporanea vive una tensione costante tra ipersensibilità e brutalità. Da un lato cresce la figura del permaloso, spesso ridicolizzato come fragile o incapace di sostenere il confronto; dall’altro, il bullismo e il cyber bullismo continuano a diffondersi come forme strutturali di violenza, normalizzate dal linguaggio e dalla cultura digitale. In questo paradosso, chi soffre viene accusato di rosicare, mentre chi ferisce si nasconde dietro gli schiamazzi del gruppo, come se il rumore collettivo potesse assolvere la responsabilità personale. Questa dinamica non nasce nel vuoto: è figlia di una società che corre in tangenziale, sempre più veloce, sempre più distratta, sempre più incapace di fermarsi. La pressione costante genera burnout, un esaurimento non solo psicologico ma etico, che apre la strada a abusi di potere, di linguaggio, di presenza e di assenza. Anche gli oggetti diventano simboli di una competizione sterile: un Rolex al polso può trasformarsi in un’armatura identitaria, un modo per affermare un valore che non si riesce più a percepire dentro di sé. In questo scenario, la tecnologia, dalla RMN ad AC fino all’IA, promette soluzioni, controllo, sicurezza. Ma spesso amplifica la vulnerabilità: trasforma l’individuo in un nodo di dati, richiede attenzione! costante, alimenta la sensazione di essere osservati più che compresi. La sicurezza, così intesa, rischia di diventare un surrogato della cura, un modo per evitare il confronto con la fragilità propria e altrui. Eppure, la filosofia ci ricorda che la fragilità non è un difetto, ma un tratto umano fondamentale. Ritrovare un centro significa recuperare spazi di interiorità, luoghi simbolici e reali in cui tornare a respirare. Anche un semplice attico silenzioso può diventare un laboratorio di consapevolezza: un luogo alto da cui guardare la città e riconoscere che ogni vita è fragile, ogni voce merita ascolto, ogni ferita può diventare un varco. La pace non è un traguardo lontano né un ideale astratto. È un esercizio quotidiano di responsabilità, presenza e cura. Nasce quando smettiamo di correre, quando impariamo a vedere l’altro non come un bersaglio ma come un volto, quando comprendiamo che la dignità non si misura in algoritmi, in status o in oggetti, ma nella capacità di incontrare l’altro senza paura.

Francesco Iannitti