L’uomo parla molto, ma dice poco. Le parole di circostanza sono diventate la nostra valuta quotidiana, leggere, intercambiabili, prive di radici. Sono il sintomo di un’umanità che ha smarrito il peso del dire, e con esso la responsabilità del mostrarsi. La parola, un tempo ponte tra interiorità e mondo, oggi è spesso un velo. Un velo che copre, che attenua, che maschera. E mentre ci affanniamo a pronunciare frasi che non impegnano, qualcun altro, o qualcos’altro, ci osserva, ci misura, ci analizza. “E mentre eravate intenti a cercare di comprendere io chi fossi, avevo già le vostre schede complete di RMN ad alto campo analizzata da IA.” Questa immagine non è solo provocazione è metafora della condizione contemporanea. L’uomo non è più un'enigma da scoprire, ma un insieme di dati da decifrare. Non è più un volto da incontrare, ma un profilo da leggere. La trasparenza, che un tempo era virtù, oggi è diventata destino, e come ogni destino imposto, genera inquietudine. Il segreto, ciò che custodiamo, ciò che non diciamo, ciò che ci rende irriducibilmente noi, è stato eroso. E senza segreto, l’identità si appiattisce, la relazione si impoverisce, la fiducia si svuota. “Come potrò fidarmi se tituberai nell’inserire il filo nella cruna dell’ago?" La fiducia non è un concetto astratto: è un gesto. Un gesto minimo, quasi impercettibile, che però rivela tutto. La titubanza nel gesto è la titubanza dell’essere. È il tremore di chi non sa più se può esporsi, se può affidarsi, se può rischiare. Qui dove si pretende efficienza, precisione, controllo, la fiducia resta un atto scandalosamente umano: imperfetto, vulnerabile, non garantito. La tecnologia può analizzare una risonanza magnetica, ma non può sostituire quel tremore. E forse è proprio lì, in quel tremore, che l’umano resiste. Bile, disonesti, parole dure, ma non casuali. La bile è ciò che resta quando la fiducia si corrompe. La disonestà è ciò che nasce quando la relazione si spezza. Non sono difetti individuali, sono sintomi sociali, sono il linguaggio di una comunità che non si riconosce più, che non si ascolta più, che non si fida più. Quando l’altro diventa un potenziale rischio, un potenziale giudice, un potenziale archivio di dati, allora la relazione si trasforma in strategia, e la strategia, per sua natura, non conosce la verità, conosce solo l’utilità. La domanda che ci attraversa non è: "Come possiamo fidarci degli altri?" Ma: "Come possiamo tornare ad essere degni di fiducia?" La fiducia non nasce dalla trasparenza totale, ma dal limite, dal fatto che non possiamo sapere tutto dell’altro, e proprio per questo scegliamo di credere, dal fatto che l’altro resta, in parte, mistero. Il mistero non è una minaccia è lo spazio in cui la relazione respira. Le parole di circostanza non bastano più. Non bastano a ricucire ciò che si è lacerato, non bastano a restituire profondità a un mondo che ha reso tutto visibile ma nulla comprensibile. Abbiamo bisogno di parole che non siano schermi, ma ponti, di gesti che non siano protocolli, ma presenza, di relazioni che non siano transazioni, ma affidamenti reciproci. La vera rivoluzione è tornare a essere autentici, non perfetti, non leggibili, non prevedibili, autentici, perché solo ciò che è autentico può essere creduto e solo ciò che è creduto può generare fiducia.
Francesco Iannitti

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