Ci sono vite che sembrano procedere in linea retta, come se il Signore avesse tracciato un sentiero limpido e ordinato. E poi ci sono esistenze che avanzano per coincidenze, per sgambetti, per improvvise sorprese che non si possono ignorare. La mia, appartiene a questa seconda categoria, un cammino che non ho scelto completamente, ma che ho imparato a riconoscere come mio, onestamente, sperando ogni giorno di comprenderne il senso più profondo. Da ragazzo qualcuno ha proferito la parola “sfigato”. Non correvo veloce, non brillavo nelle competizioni, e spesso facevo fatica a memorizzare ciò che gli altri sembravano afferrare con naturalezza. Le mie sinapsi, dicevano che andavano a tre cilindri. Eppure, proprio in quella lentezza, in quella fragilità, si nascondeva un seme di verità che avrei scoperto solo più tardi. La vita non è una gara, ma un percorso di rivelazione; non si tratta di arrivare primi, ma di arrivare integri. L’integrità altresì morale è stata la mia bussola. Non perché fossi migliore degli altri, ma perché la vita, con la sua crudele ironia, mi ha costretto a scegliere, diventare duro o diventare vero. Ho scelto la verità. Ho scelto la fede, ho scelto l’amore, e quando qualcuno mi feriva, quando il mondo sembrava divertirsi a farmi inciampare, ho imparato a dire: “Io ti perdono”. Non come gesto di superiorità, ma come atto di libertà. Perdonare è correre senza catene. Nella mia storia ci sono fascicoli, documenti, diagnosi, parole burocraticamente fredde che tentano di descrivere ciò che non può essere racchiuso in una cartella clinica. La malattia, la fatica, la fragilità, tutto annotato, tutto classificato, ma nessun protocollo può contenere la vittoria silenziosa di chi continua a camminare. Nessun modulo può raccontare la dignità di chi, pur cadendo, si rialza sperando che il passo successivo sia più leggero. La mia vita è stata ed è un continuo “correre” senza correre davvero, andare verso un senso, verso un equilibrio, verso una comprensione più ampia del nostro strano percorso terreno. Correre per non restare indietro, correre per non perdere me stesso e coincidentemente, o forse provvidenzialmente, ogni volta che pensavo di essere arrivato al limite, qualcosa o qualcuno mi ricordava che la vita non è solo fatica è anche rivelazione. Oggi guardo indietro e vedo un filo che unisce tutto, le cadute, le vittorie, le incomprensioni, le scelte, le paure, le speranze. Un filo che non ho tessuto da solo. La fede mi ha insegnato che il Creato non è un meccanismo indifferente, ma un dialogo e che ogni vita, anche quella che sembra più fragile, è una storia che merita di essere raccontata. La mia non è una biografia eroica, è una testimonianza, è la storia di un uomo che ha imparato a vivere nonostante gli ostacoli, nonostante le etichette, nonostante i limiti, è la storia di una vittoria che non si misura in trofei ma in consapevolezza. È la storia della speranza che continua, giorno dopo giorno, e se qualcuno mi chiedesse quale sia la lezione più grande che ho imparato, risponderei così: La vita non va capita tutta insieme, va capita un pezzo alla volta, con umiltà, con amore, con fede e soprattutto va vissuta sperando sempre che ciò che oggi sembra un ostacolo, domani possa rivelarsi quasi un dono.
Francesco Iannitti