Pagine

domenica 12 aprile 2026

CURE PALLIATIVE

 

Le cure palliative non sono un “ultimo gesto”, ma un orizzonte educativo e relazionale che restituisce dignità quando tutto sembra rotto, depauperato, svuotato di senso.  

Sono un luogo in cui la fragilità non è un difetto, ma una trave portante dell’umano; un luogo in cui l’occhio non osserva per giudicare, ma per custodire. In questo spazio sospeso, dove il tempo sembra vivere in sincope, le persone non chiedono di essere salvate, chiedono di essere riconosciute e proprio qui si colloca la dimensione sociopedo‑filosofica delle cure palliative, un accompagnamento che educa alla presenza, alla parola giusta, al silenzio che protegge.

Chi opera nelle cure palliative sa che spesso è il silenzio a guidare.  

Un silenzio pressoché assordante, capace di spingere, come balle di fieno in una piazza deserta, pensieri che non trovano più voce. È un silenzio tangenziale, che sfiora senza invadere, che olea le relazioni irrigidite dalla paura, che permette finalmente di dire ciò che non si era mai osato. In questo contesto, anche un’immagine surreale come un gatto miagolando che sembra parlare, diventa metafora di ciò che accade, quando la vita si assottiglia, ogni segno diventa linguaggio, ogni gesto diventa rivelazione.

Le cure palliative educano a un equilibrio delicato:  

- protezione, intesa come cura, ascolto, prossimità;  

- potestà, intesa non come dominio, ma come capacità di sostenere l’altro senza sostituirsi a lui.

È un’arte che richiede maturità, perché il rischio è sempre quello di scivolare nella sufficienza, nel fare “per” invece che “con”, nel trattare come inetti coloro che invece stanno vivendo il momento più lucido della loro esistenza. La pedagogia palliativa insegna che nessuno è un parvenu dell’ultimo tratto, ognuno porta con sé una storia, una scia di relazioni, un patrimonio di senso che merita rispetto.

La foglia che si stacca dal ramo non è un fallimento, è un compimento.  

Così, nelle cure palliative, la morte non è un attacco improvviso, ma un processo che chiede di essere accompagnato con delicatezza.

La filosofia ci ricorda che la finitudine non è un incidente, ma una condizione costitutiva.  

La pedagogia ci insegna che ogni passaggio può essere educazione.  

La sociologia ci mostra che nessuno muore da solo, muore sempre un mondo, una rete, una comunità.

Per questo le cure palliative non sono solo un servizio sanitario, sono un ecosistema relazionale che restituisce umanità a chi rischia di sentirsi “sempre l’ultimo”.

Le cure palliative di natura sociopedo‑filosofica ci ricordano che l’ultimo tratto della vita non è un anticipo di nulla, non è il penultimo di qualcosa. È sempre l’ultimo, e proprio per questo è prezioso. San Francesco d’Assisi ci esorta alla pratica dell'umiltà, della preghiera, dell'amore fraterno. In quel tratto si ricompongono trave e foglia, occhio e silenzio, scia e attacco, rotto e finalmente guarito nel profondo.  

È lì che l’umano si mostra senza maschere e dove la cura diventa un atto di verità.

Francesco Iannitti 

lunedì 6 aprile 2026

L'INCLUSIONE SOCIALE


Viviamo di giudizi rapidi e di sentenze che spesso si confondono con opinioni. In questo contesto la domanda su che cosa sia giusto non è solo morale ma pratica: decide carriere, relazioni e la distribuzione delle attenzioni. Si vuole esplorare come la vita pubblica e privata si intreccino, mostrando come atteggiamenti sui generis e strategie di sopravvivenza burocratiche plasmino il senso comune. Quando una sentenza approda, non si chiude solo un caso, si produce un simbolo che rimodella aspettative. È facile confondere il giusto con il conveniente, e così la comunità si abitua a giudizi che galleggiano più per la rumorosità che per la fondatezza. In ambienti dove prevalgono i meccanismi di potere, chi è ai vertici sa come orientare le narrative; chi non lo è resta ai margini, accusato di ingenuità o di essere un sempliciotto; ingenuità che però in San Francesco d’Assisi, ad esempio, era la forza, quella di insegnarci a rispettare tutti noi in quanto fratelli e dunque il Creato in toto.
Le organizzazioni moderne funzionano con procedure che spesso anestetizzano la responsabilità individuale. Le carriere costruite con i tunnel carpali diventano metafora di un lavoro che consuma il corpo e la mente, dove non si misura in saggezza. In questo ambiente, la creatività è vista come un rischio, si premiano comportamenti prevedibili e si stigmatizzano approcci intuitivi e non deduttivi tout-court, anche quando l'intuizione sarebbe la via più feconda.
La cultura delle solitudini allontana dalla società inclusiva davvero. In questo panorama, l'umiltà non è sottomissione ma una pratica etica, riconoscere i propri limiti, ascoltare le differenze e rifiutare la tentazione di emettere sentenze definitive su vite complesse.
La fatica cognitiva si manifesta in modi concreti quando le sinapsi che vanno a 3 cilindri diventano metafora di una società che funziona a bassa intensità, dove la capacità di pensare profondamente si riduce. Resistere significa coltivare spazi di riflessione, allenare la curiosità e rifiutare la logica del risultato immediato. Non si deve rinunciare alla profondità; al contrario, chi mantiene l'attenzione critica può trasformare la frenesia in pensiero.
La sfida sociofilosofica del nostro tempo è trasformare le sentenze in dialoghi e il giusto in ricerca condivisa. Occorre rompere il circuito degli omertosi, valorizzare l'umiltà come pratica pubblica e riconoscere che l'intuitivo e il deduttivo possono collaborare e diventare così un'unica grande risorsa epistemica. Solo così le nostre comunità potranno emergere dall'apparenza e costruire relazioni meno puerili, meno burocratiche e meno solitarie.

Francesco Iannitti 

sabato 21 marzo 2026

L’EMIGRANTE IN PATRIA


L’emigrante in Patria è una condizione contemporanea ancora molto attuale.

Nella nostra epoca, l’identità sembra ridursi allo scattare di un’immagine: un gesto rapido, impulsivo, che pretende di fissare ciò che siamo in un istante. Ma ciò che nasce come nitido, nel giro di pochi respiri appare già sbiadito.  

In questo mondo ci viene chiesto non di essere ma di performare. La vita diventa un palcoscenico permanente, un luogo in cui si deve fornire costantemente una prova di sé: efficienza, emozioni, opinioni, risultati. Bisogna sospendere il ritmo, interrogare ciò che accade a riconoscere che l’identità non è un’immagine ma un processo.

La cultura contemporanea sembra aver smarrito i rudimenti dell’umano:  

- la lentezza,  

- la profondità,  

- la capacità di sostare,  

- la disponibilità a non sapere.  

La logica dominante è quella del sé selfish, non nel senso originario di cura di sé ma come costruzione narcisistica di un’immagine da esibire. Il sé diventa un oggetto da vendere, ottimizzare, mostrare.  

Il counseling filosofico invita invece a recuperare la dimensione originaria del “prendersi cura”: non un gesto egocentrico, ma un ritorno al proprio centro, al proprio respiro, alla propria interiorità.

In questo contesto emerge la figura dell’emigrante in Patria, 

non colui che lascia la propria terra, ma colui che resta e tuttavia non si riconosce più. È un’esperienza sempre più diffusa:  

- sentirsi stranieri nei propri luoghi,  

- non riconoscere più i ritmi che un tempo ci appartenevano,  

- percepire una distanza crescente tra ciò che siamo e ciò che il mondo ci chiede di essere; ciò non è un fallimento ma, come un segnale prezioso, l’inizio di un cammino. L’emigrante in Patria è colui che avverte la frattura e decide di ascoltarla.

La modernità ama definirsi razionale, ma è attraversata da nuove forme di superstizione.  

Non crediamo più negli spiriti, ma crediamo nei numeri, nelle metriche, negli algoritmi. La superstizione oggi è la fede cieca nel dato:  

- “se non è misurabile, non esiste”,  

- “se non è visibile, non vale”,  

- “se non genera attenzione, non ha senso”. In questo clima nasce la figura del buzzicone, l’individuo che vive di rumore, di eccesso, di sovraesposizione. Non importa la qualità, importa il volume. Non importa il contenuto, importa l’impatto. Siamo invece invitati a un’altra forma di ascolto: silenziosa, profonda, non reattiva. Una forma di ascolto che non cerca il rumore, ma il senso.

La pressione sociale ci spinge a diventare personaggi, non persone.  

Un personaggio è definito dal ruolo che interpreta; una persona, dalla profondità che abita.  

C'è bisogno di lavorare proprio su questa distinzione:  

- smascherare i ruoli,  

- riconoscere le maschere,  

- distinguere ciò che facciamo da ciò che siamo. Non si tratta di rifiutare la dimensione sociale, ma di non confonderla con la nostra identità.

Come può l’emigrante in Patria ritrovare casa?  

Non attraverso un ritorno nostalgico, ma attraverso un ritorno al volto

il proprio e quello dell’altro.  

Il volto non è un’immagine da scattare, ma un luogo di relazione, è ciò che resiste alla performance, ciò che non può essere ridotto a un dato, ciò che sfugge alla logica del rumore.

Si accompagna questo ritorno attraverso tre movimenti:

a) Riconoscere la frattura

Accettare di sentirsi stranieri. Non negare il disagio, non anestetizzarlo.

b) Interrogare il proprio cammino,

domandarsi:  

- “Quali parti di me sto performando?”  

- “Quali sto nascondendo?”  

- “Quali sto sacrificando per essere accettato?”

c) Riappropriarsi del proprio ritmo

Ritrovare la lentezza, la profondità, la capacità di sostare.  

Riconoscere che la vita non è un servizio da fornire, ma una presenza da abitare.

Dunque, non sbiaditi, performativi, rumorosi, la vera rivoluzione è tornare a essere persone.  

L’emigrante in Patria non è un individuo smarrito, ma un cercatore:  

colui che avverte che qualcosa non torna e decide di non ignorarlo.  

E forse è proprio in questo gesto semplice, essenziale, radicale che l’emigrante in Patria ritrova finalmente casa.


sabato 14 marzo 2026

SULLA DIGNITÀ POSSIBILE IN UN'ITALIA SMARRITA


In un’Italia che spesso sembra oscillare tra commedia e tragedia, ci scopriamo sempre più permalosi, pronti a reagire con sospetto a ogni parola che incrina la superficie fragile delle nostre certezze. È come se vivessimo in un teatro dove tutti temono di essere smascherati, e così ci si affretta a smascherare gli altri. Il risultato è un clima di inimicizia sottile, un brusio costante di diffidenza che logora più delle grandi crisi. In questo scenario, non mancano figure che ricordano il Gatto e la Volpe: abili nel promettere scorciatoie, nel trasformare i favori in ricatti, nel far passare per virtù ciò che è solo opportunismo. Sono i nuovi falsari, non di monete ma di relazioni, di parole, di intenzioni. E spesso trovano terreno fertile in una società dove la fretta di ottenere qualcosa supera la pazienza di costruire. Intanto, sullo sfondo, si muove la macchina delle utenze, dei moduli, dei timbri, dei burocrati che custodiscono un potere minuscolo ma capace di rallentare vite intere. È un’opera che non produce bellezza, ma solo accumuli di beni e di scartoffie, come se la burocrazia fosse diventata una forma di esistenza autonoma, indifferente alla realtà che dovrebbe servire. Eppure, proprio qui, nel punto più opaco, può accadere qualcosa di sorprendente. Può accadere che qualcuno, un volto inatteso, un gesto gratuito, una parola non calcolata, ci dica: “Ti stavo aspettando!” Non come frase di circostanza, ma come rivelazione: la vita non è solo un intrico di interessi, ma anche un luogo dove si può essere accolti senza condizioni. È in questi spiragli che ritroviamo la dignità, non come orgoglio ferito, ma come radice profonda dell’essere umano. Una dignità che non ha bisogno di ricatti né di favori, perché si nutre di Fede, di amore, di quella pace che non è assenza di conflitto ma presenza di senso. La consapevolezza nasce proprio qui: nel riconoscere che la nostra opera quotidiana, piccola o grande che sia, può essere un contributo alla ricostruzione del tessuto umano, non alla sua corrosione. E che la clemenza, parola quasi scomparsa dal vocabolario civile, è invece una forza rivoluzionaria: non debolezza, ma scelta di non rispondere al male con la sua stessa logica. Forse l’Italia non ha bisogno di nuovi eroi, ma di uomini e donne che sappiano sottrarsi alla tentazione di essere il Gatto o la Volpe di turno; persone capaci di custodire la propria dignità e quella altrui, anche quando il mondo sembra chiedere il contrario. E allora sì, forse possiamo dircelo anche noi, ogni tanto, con un sorriso che non è ingenuità ma coraggio: ti stavo aspettando. Perché la rinascita, in fondo, comincia sempre da un incontro... Insieme!

Francesco Iannitti 

domenica 8 marzo 2026

BISOGNA AGIRE L'ETICA

Ormai, l’attenzione al cliente, è diventata la metafora dominante delle relazioni umane. Non solo nei negozi o nei servizi, ma ovunque: nelle amicizie, nelle famiglie, persino nelle comunità. Ci si aspetta che l’altro sia sempre disponibile, accomodante, pronto a risolvere i nostri bisogni immediati, e quando questo non accade, ci irritiamo come consumatori insoddisfatti.  Questa mentalità produce due figure emblematiche del nostro tempo: gli istrionici, sempre in scena, impegnati a mostrarsi più che a essere; e i dormienti, che attraversano la vita come se fosse un corridoio anonimo, senza mai interrogarsi su ciò che accade dentro e attorno a loro. Entrambi, seppur in modi diversi, finiscono per evadere dalla responsabilità più elementare: quella verso la propria coscienza.  A complicare il quadro c’è la proliferazione dei falsi malanni: non solo quelli fisici, ma soprattutto quelli morali. Ci raccontiamo di essere troppo stanchi, troppo occupati, troppo feriti per affrontare ciò che davvero conta. È un modo elegante per rimandare, per non scegliere, per non esporsi. Eppure, mentre ci giustifichiamo, la vita continua a bussare. E non sempre con delicatezza. Molti pensano all’etica come a qualcosa di solenne, immobile, scolpito in marmo. Un insieme di principi da ammirare a distanza, come statue in una piazza. Ma un’etica così è inutile: non parla, non muove, non trasforma. L’etica autentica è un gesto quotidiano, vitalizzante, che richiede presenza, lucidità, coraggio. Non è un codice da imparare, ma un modo di stare al mondo. Per questo, più che proclamarla, bisogna agire l’etica! Agirla significa assumersi la responsabilità delle proprie scelte, anche quando nessuno guarda. Significa esigere da sé stessi una coerenza che non sempre è comoda. Significa smettere di preoccuparsi per tutto e iniziare a priorizzare ciò che davvero costruisce la nostra umanità. Se continuiamo a vivere come consumatori della nostra stessa esistenza, oscillando tra spettacolo e torpore, tra giustificazioni e fughe, arriverà un momento in cui la vita ci presenterà il conto. Non come punizione, ma come conseguenza. E quel momento potrebbe assomigliare a una schermata improvvisa: game over! Non perché tutto finisca, ma perché ci accorgiamo di non aver davvero giocato la partita che ci era stata affidata. Questo non è un appello moralistico, ma un invito alla presenza. A riscoprire la dignità del pensare, del sentire, del decidere. A non delegare la nostra coscienza ai ritmi del mercato, alle mode emotive, alle narrazioni di comodo. In un mondo che ci vuole distratti, performanti o addormentati, la vera rivoluzione è tornare a essere semplicemente umani. E l’umanità, quando è autentica, è sempre un atto etico.

Francesco Iannitti

domenica 1 marzo 2026

LA FRAGILITÀ CONTEMPORANEA

La condizione umana contemporanea vive una tensione costante tra ipersensibilità e brutalità. Da un lato cresce la figura del permaloso, spesso ridicolizzato come fragile o incapace di sostenere il confronto; dall’altro, il bullismo e il cyber bullismo continuano a diffondersi come forme strutturali di violenza, normalizzate dal linguaggio e dalla cultura digitale. In questo paradosso, chi soffre viene accusato di rosicare, mentre chi ferisce si nasconde dietro gli schiamazzi del gruppo, come se il rumore collettivo potesse assolvere la responsabilità personale. Questa dinamica non nasce nel vuoto: è figlia di una società che corre in tangenziale, sempre più veloce, sempre più distratta, sempre più incapace di fermarsi. La pressione costante genera burnout, un esaurimento non solo psicologico ma etico, che apre la strada a abusi di potere, di linguaggio, di presenza e di assenza. Anche gli oggetti diventano simboli di una competizione sterile: un Rolex al polso può trasformarsi in un’armatura identitaria, un modo per affermare un valore che non si riesce più a percepire dentro di sé. In questo scenario, la tecnologia, dalla RMN ad AC fino all’IA, promette soluzioni, controllo, sicurezza. Ma spesso amplifica la vulnerabilità: trasforma l’individuo in un nodo di dati, richiede attenzione! costante, alimenta la sensazione di essere osservati più che compresi. La sicurezza, così intesa, rischia di diventare un surrogato della cura, un modo per evitare il confronto con la fragilità propria e altrui. Eppure, la filosofia ci ricorda che la fragilità non è un difetto, ma un tratto umano fondamentale. Ritrovare un centro significa recuperare spazi di interiorità, luoghi simbolici e reali in cui tornare a respirare. Anche un semplice attico silenzioso può diventare un laboratorio di consapevolezza: un luogo alto da cui guardare la città e riconoscere che ogni vita è fragile, ogni voce merita ascolto, ogni ferita può diventare un varco. La pace non è un traguardo lontano né un ideale astratto. È un esercizio quotidiano di responsabilità, presenza e cura. Nasce quando smettiamo di correre, quando impariamo a vedere l’altro non come un bersaglio ma come un volto, quando comprendiamo che la dignità non si misura in algoritmi, in status o in oggetti, ma nella capacità di incontrare l’altro senza paura.

Francesco Iannitti 

martedì 24 febbraio 2026

L'UNGUENTO DELLO SPIRITO

Siamo già “intelligenzartificializzati”, nella realtà dove la calcolatrice sembra essere diventata il nuovo oracolo e i risultati l’unica forma di verità riconosciuta. Eppure, proprio in questa epoca di efficienza e di controllo, si apre un varco inatteso: il bisogno di un ritorno allo Spirito, di un ascolto più profondo, di un agire che non sia solo funzionale, ma trasformativo. L’Accidia, antica sorella della tristezza e della disattenzione, oggi assume forme sottili: stanchezza interiore, smarrimento, perdita di senso. Non è un peccato morale, ma un invito: la notte che prepara l’alba, il deserto che attende la voce. La mediazione culturale pedosociofilosofica diventa allora un unguento, un balsamo spirituale che non cura con la forza, ma con la presenza. È un gesto di misericordia verso l’umano ferito. Qui, dove le logiche di security, i protocolli e i meccanismi quasi valvolari, rischiano di perdersi è l’“estratto” più prezioso: la scintilla divina che abita ogni persona. Anche il più fragile, il più smarrito, il più piccolo, il piccinino, porta in sé un seme di eternità. Le figure simboliche ci accompagnano come compagne di cammino. Gesù, volto della tenerezza radicale, ci ricorda che ogni incontro è sacro, che ogni ferita può diventare feritoia di luce. Dalila, figura complessa e ambivalente, ci ricorda che la relazione è sempre intreccio di forza e vulnerabilità, di fiducia e discernimento. Entrambi, nella loro diversità, ci insegnano l’attenzione: quella capacità di vedere oltre l’apparenza, di ascoltare ciò che non è detto, di riconoscere il divino che pulsa nel quotidiano. Il solving, in questa prospettiva, non è una tecnica per risolvere problemi, ma un cammino spirituale. È imparare a sostare, a discernere, a lasciarsi guidare da ciò che emerge. È un ascolto che trasforma, un dialogo che apre, un processo che riconcilia. Non si tratta di trovare soluzioni rapide, ma di permettere allo Spirito di operare nel tempo giusto. La mediazione culturale pedosociofilosofica, quando si lascia attraversare dalla dimensione spirituale, diventa un cammino di guarigione. Un unguento per le ferite sociali. Un estratto di umanità in un mondo automatizzato. Un invito a un agire che non nasce dall’efficienza, ma dalla presenza. È in questo spazio, tra accidia e risveglio, tra Gesù e Dalila, tra calcolatrice e mistero, che l’umano ritrova la sua casa interiore.

Francesco Iannitti