«Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei». Cit.
Non è solo un proverbio: è un principio spirituale.
Nella Scrittura, l’uomo non è mai solo: Abramo cammina con Dio, Mosè con il popolo, i discepoli con il Maestro.
La compagnia che scegliamo diventa epifania della nostra interiorità.
Chi cammina con chi dà, con chi coopera, con chi sa lenire le ferite del mondo, si lascia trasformare da quella stessa luce.
Come scriveva San Basilio: «Diventiamo ciò che contempliamo».
E ciò che contempliamo passa anche attraverso i volti che accogliamo, le parole che ascoltiamo, i gesti che condividiamo.
Viviamo tempi in cui "mala tempora currunt", sospirò qualcuno, la fragilità è vista come un ostacolo.
Eppure, nella prospettiva spirituale, la fragilità è un sacramento dell’umano.
Siamo tutti, in modi diversi, malati, rotti, fragili, talvolta opachi.
E proprio per questo capaci di misericordia.
La vulnerabilità è la porta attraverso cui Dio entra:
«La mia potenza si manifesta nella debolezza» (2Cor 12,9).
L’arnica, che lenisce senza cancellare, diventa immagine della grazia: non elimina la ferita, ma la trasfigura.
La grazia non anestetizza: illumina. L’epidermica tensione dell’epoca e il richiamo al profondo
La nostra società vive in una costante epidermica tensione: tutto è immediato, reattivo, superficiale.
È come se qualcuno ci dicesse:
«Si può entrare, l’acqua è bassa!» Cit.
Come a suggerire che la profondità non serve più, che basta galleggiare.
Ma l’anima non galleggia: l’anima scende.
Scende nel silenzio, nella notte, nel deserto.
Scende dove l’acqua è alta, dove si rischia, dove si prega.
Meister Eckhart scriveva: «Dio è un abisso senza fondo».
E l’uomo, per incontrarlo, deve accettare di non restare in superficie.
Dentro di noi convivono un nucleo primordiale, che ci ricorda la nostra origine, e una forza demoniaca, che tenta di deformare ciò che è buono.
La tradizione spirituale lo chiama discernimento: distinguere ciò che viene dalla vita da ciò che conduce alla morte interiore.
Il demoniaco non è spettacolare, è sottile.
È la voce che ci dice che siamo soli, che siamo perseguitati, che siamo assunti in ruoli che non valgono nulla, che la nostra fragilità è una colpa.
Ma la voce dello Spirito è diversa: è mite, è ferma, è luminosa.
È la voce che dice: «Non temere».
La mitezza non è debolezza, è forza custodita.
È la virtù dei santi, dei giusti, dei saggi.
È la capacità di non reagire secondo l’istinto, ma secondo la verità.
Nella mitezza c’è un distacco che non è fuga, ma libertà.
È il distacco di chi non si lascia definire dal male ricevuto, né dall’ingiustizia subita.
Come scriveva Francesco d’Assisi:
«La vera pace è quella che nessuno può toglierti».
La mitezza è la pace che non dipende dalle circostanze.
Cooperare non è solo un gesto sociale: è un gesto teologico.
È riconoscere che l’altro non è un ostacolo, ma un dono.
È accettare che la vita non è una gara, ma una comunione.
La cooperazione è la risposta spirituale alla tentazione selfish.
È il modo in cui l’uomo partecipa alla creazione, continua l’opera divina, ricostruisce ciò che è ferito.
Come scriveva Bonhoeffer: «Solo chi vive per gli altri vive davvero».
Forse il compito spirituale dell’uomo contemporaneo è questo:
trasformare la vulnerabilità in luogo di incontro con il divino.
Dare invece di trattenere.
Cooperare invece di competere.
Lenire invece di ferire.
Essere arnica, non acido.
Essere profondità, non acqua bassa.
Essere mitezza, non dominio.
E allora, come scriveva Isaia: «Sorgerà per te una luce nelle tenebre». Una luce che non cancella la fragilità, ma la rende trasparente al Mistero.
Francesco Iannitti






