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martedì 12 maggio 2026

VULNERABILI E IMPERFETTI

 


«Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei».  Cit.

Non è solo un proverbio: è un principio spirituale.  

Nella Scrittura, l’uomo non è mai solo: Abramo cammina con Dio, Mosè con il popolo, i discepoli con il Maestro.  

La compagnia che scegliamo diventa epifania della nostra interiorità.  

Chi cammina con chi dà, con chi coopera, con chi sa lenire le ferite del mondo, si lascia trasformare da quella stessa luce.  

Come scriveva San Basilio: «Diventiamo ciò che contempliamo».  

E ciò che contempliamo passa anche attraverso i volti che accogliamo, le parole che ascoltiamo, i gesti che condividiamo.

Viviamo tempi in cui "mala tempora currunt", sospirò qualcuno, la fragilità è vista come un ostacolo.  

Eppure, nella prospettiva spirituale, la fragilità è un sacramento dell’umano.  

Siamo tutti, in modi diversi, malati, rotti, fragili, talvolta opachi.  

E proprio per questo capaci di misericordia.  

La vulnerabilità è la porta attraverso cui Dio entra:  

«La mia potenza si manifesta nella debolezza» (2Cor 12,9).  

L’arnica, che lenisce senza cancellare, diventa immagine della grazia: non elimina la ferita, ma la trasfigura.  

La grazia non anestetizza: illumina. L’epidermica tensione dell’epoca e il richiamo al profondo

La nostra società vive in una costante epidermica tensione: tutto è immediato, reattivo, superficiale.  

È come se qualcuno ci dicesse:  

«Si può entrare, l’acqua è bassa!» Cit.

Come a suggerire che la profondità non serve più, che basta galleggiare.  

Ma l’anima non galleggia: l’anima scende.  

Scende nel silenzio, nella notte, nel deserto.  

Scende dove l’acqua è alta, dove si rischia, dove si prega.  

Meister Eckhart scriveva: «Dio è un abisso senza fondo».  

E l’uomo, per incontrarlo, deve accettare di non restare in superficie.

Dentro di noi convivono un nucleo primordiale, che ci ricorda la nostra origine, e una forza demoniaca, che tenta di deformare ciò che è buono.  

La tradizione spirituale lo chiama discernimento: distinguere ciò che viene dalla vita da ciò che conduce alla morte interiore.  

Il demoniaco non è spettacolare, è sottile.  

È la voce che ci dice che siamo soli, che siamo perseguitati, che siamo assunti in ruoli che non valgono nulla, che la nostra fragilità è una colpa.  

Ma la voce dello Spirito è diversa: è mite, è ferma, è luminosa.  

È la voce che dice: «Non temere».

La mitezza non è debolezza, è forza custodita.  

È la virtù dei santi, dei giusti, dei saggi.  

È la capacità di non reagire secondo l’istinto, ma secondo la verità.  

Nella mitezza c’è un distacco che non è fuga, ma libertà.  

È il distacco di chi non si lascia definire dal male ricevuto, né dall’ingiustizia subita.  

Come scriveva Francesco d’Assisi:  

«La vera pace è quella che nessuno può toglierti».  

La mitezza è la pace che non dipende dalle circostanze.

Cooperare non è solo un gesto sociale: è un gesto teologico.  

È riconoscere che l’altro non è un ostacolo, ma un dono.  

È accettare che la vita non è una gara, ma una comunione.  

La cooperazione è la risposta spirituale alla tentazione selfish.  

È il modo in cui l’uomo partecipa alla creazione, continua l’opera divina, ricostruisce ciò che è ferito.  

Come scriveva Bonhoeffer: «Solo chi vive per gli altri vive davvero».

Forse il compito spirituale dell’uomo contemporaneo è questo:  

trasformare la vulnerabilità in luogo di incontro con il divino.  

Dare invece di trattenere.  

Cooperare invece di competere.  

Lenire invece di ferire.  

Essere arnica, non acido.  

Essere profondità, non acqua bassa.  

Essere mitezza, non dominio.  

E allora, come scriveva Isaia: «Sorgerà per te una luce nelle tenebre». Una luce che non cancella la fragilità, ma la rende trasparente al Mistero.


Francesco Iannitti 

domenica 3 maggio 2026

LA CRISI DELL'UMANO


L’uomo parla molto, ma dice poco. Le parole di circostanza sono diventate la nostra valuta quotidiana, leggere, intercambiabili, prive di radici. Sono il sintomo di un’umanità che ha smarrito il peso del dire, e con esso la responsabilità del mostrarsi. La parola, un tempo ponte tra interiorità e mondo, oggi è spesso un velo. Un velo che copre, che attenua, che maschera. E mentre ci affanniamo a pronunciare frasi che non impegnano, qualcun altro, o qualcos’altro, ci osserva, ci misura, ci analizza. “E mentre eravate intenti a cercare di comprendere io chi fossi, avevo già le vostre schede complete di RMN ad alto campo analizzata da IA.” Questa immagine non è solo provocazione è metafora della condizione contemporanea. L’uomo non è più un'enigma da scoprire, ma un insieme di dati da decifrare. Non è più un volto da incontrare, ma un profilo da leggere. La trasparenza, che un tempo era virtù, oggi è diventata destino, e come ogni destino imposto, genera inquietudine. Il segreto, ciò che custodiamo, ciò che non diciamo, ciò che ci rende irriducibilmente noi, è stato eroso. E senza segreto, l’identità si appiattisce, la relazione si impoverisce, la fiducia si svuota. “Come potrò fidarmi se tituberai nell’inserire il filo nella cruna dell’ago?" La fiducia non è un concetto astratto: è un gesto. Un gesto minimo, quasi impercettibile, che però rivela tutto. La titubanza nel gesto è la titubanza dell’essere. È il tremore di chi non sa più se può esporsi, se può affidarsi, se può rischiare. Qui dove si pretende efficienza, precisione, controllo, la fiducia resta un atto scandalosamente umano: imperfetto, vulnerabile, non garantito. La tecnologia può analizzare una risonanza magnetica, ma non può sostituire quel tremore. E forse è proprio lì, in quel tremore, che l’umano resiste. Bile, disonesti,  parole dure, ma non casuali. La bile è ciò che resta quando la fiducia si corrompe. La disonestà è ciò che nasce quando la relazione si spezza. Non sono difetti individuali, sono sintomi sociali, sono il linguaggio di una comunità che non si riconosce più, che non si ascolta più, che non si fida più. Quando l’altro diventa un potenziale rischio, un potenziale giudice, un potenziale archivio di dati, allora la relazione si trasforma in strategia, e la strategia, per sua natura, non conosce la verità, conosce solo l’utilità. La domanda che ci attraversa non è: "Come possiamo fidarci degli altri?" Ma: "Come possiamo tornare ad essere degni di fiducia?" La fiducia non nasce dalla trasparenza totale, ma dal limite, dal fatto che non possiamo sapere tutto dell’altro, e proprio per questo scegliamo di credere, dal fatto che l’altro resta, in parte, mistero. Il mistero non è una minaccia è lo spazio in cui la relazione respira. Le parole di circostanza non bastano più. Non bastano a ricucire ciò che si è lacerato, non bastano a restituire profondità a un mondo che ha reso tutto visibile ma nulla comprensibile. Abbiamo bisogno di parole che non siano schermi, ma ponti, di gesti che non siano protocolli, ma presenza, di relazioni che non siano transazioni, ma affidamenti reciproci. La vera rivoluzione è tornare a essere autentici, non perfetti, non leggibili, non prevedibili, autentici, perché solo ciò che è autentico può essere creduto e solo ciò che è creduto può generare fiducia.

Francesco Iannitti 

sabato 25 aprile 2026

L'EDUCAZIONE COME ITINERARIO FILOSOFICO/SPIRITUALE




L’idea di deterrenza non appartiene solo alla sfera politica o militare: essa è, in senso profondo, un principio educativo. Educare significa porre limiti non per reprimere, ma per orientare; è un atto di rispetto verso la libertà dell’altro, che si riconosce come fragile e bisognosa di guida. La umiltà dell’educatore consiste nel sapere che ogni gesto formativo è un sacrificio del proprio ego, un’offerta che si compie sul terreno dell’incontro umano. Nietzsche ci insegna che l’eterno ritorno è la prova suprema dell’amore per la vita: accettare che ogni istante possa ripetersi all’infinito. In questa prospettiva, l’educazione diventa una commedia sacra, dove ogni errore, ogni storno di rotta, è parte del copione che conduce alla maturità. La perpetua tensione tra ciò che siamo e ciò che potremmo essere è il motore del divenire umano. Il vero splendore dell’educazione non risiede nell’efficacia immediata, ma nella efficacia lenta e profonda che trasforma il cuore. Ogni atto educativo è un sacrificio, rinunciare alla pretesa di plasmare l’altro secondo i propri desideri per lasciarlo fiorire nel suo mistero. È un lavoro terreno, concreto, ma aperto all’eterno. La vita, in fondo, è una serie di viaggi nuziali tra l’anima e il mondo, un continuo sposarsi con la realtà, anche quando essa appare ostile. I sorrisini che accompagnano le piccole vittorie quotidiane sono segni di grazia, frammenti di una gioia che non si impone ma si dona. In essi si rivela la forza dell’umiltà, il riconoscimento che ogni passo, anche il più incerto, partecipa al mistero del ritorno e della redenzione. In questo intreccio si disegna una filosofia dell’esistenza che è insieme pedagogia e poesia, un invito a vivere con misura, luce e gratitudine.

domenica 12 aprile 2026

CURE PALLIATIVE

 

Le cure palliative non sono un “ultimo gesto”, ma un orizzonte educativo e relazionale che restituisce dignità quando tutto sembra rotto, depauperato, svuotato di senso.  

Sono un luogo in cui la fragilità non è un difetto, ma una trave portante dell’umano; un luogo in cui l’occhio non osserva per giudicare, ma per custodire. In questo spazio sospeso, dove il tempo sembra vivere in sincope, le persone non chiedono di essere salvate, chiedono di essere riconosciute e proprio qui si colloca la dimensione sociopedo‑filosofica delle cure palliative, un accompagnamento che educa alla presenza, alla parola giusta, al silenzio che protegge.

Chi opera nelle cure palliative sa che spesso è il silenzio a guidare.  

Un silenzio pressoché assordante, capace di spingere, come balle di fieno in una piazza deserta, pensieri che non trovano più voce. È un silenzio tangenziale, che sfiora senza invadere, che olea le relazioni irrigidite dalla paura, che permette finalmente di dire ciò che non si era mai osato. In questo contesto, anche un’immagine surreale come un gatto miagolando che sembra parlare, diventa metafora di ciò che accade, quando la vita si assottiglia, ogni segno diventa linguaggio, ogni gesto diventa rivelazione.

Le cure palliative educano a un equilibrio delicato:  

- protezione, intesa come cura, ascolto, prossimità;  

- potestà, intesa non come dominio, ma come capacità di sostenere l’altro senza sostituirsi a lui.

È un’arte che richiede maturità, perché il rischio è sempre quello di scivolare nella sufficienza, nel fare “per” invece che “con”, nel trattare come inetti coloro che invece stanno vivendo il momento più lucido della loro esistenza. La pedagogia palliativa insegna che nessuno è un parvenu dell’ultimo tratto, ognuno porta con sé una storia, una scia di relazioni, un patrimonio di senso che merita rispetto.

La foglia che si stacca dal ramo non è un fallimento, è un compimento.  

Così, nelle cure palliative, la morte non è un attacco improvviso, ma un processo che chiede di essere accompagnato con delicatezza.

La filosofia ci ricorda che la finitudine non è un incidente, ma una condizione costitutiva.  

La pedagogia ci insegna che ogni passaggio può essere educazione.  

La sociologia ci mostra che nessuno muore da solo, muore sempre un mondo, una rete, una comunità.

Per questo le cure palliative non sono solo un servizio sanitario, sono un ecosistema relazionale che restituisce umanità a chi rischia di sentirsi “sempre l’ultimo”.

Le cure palliative di natura sociopedo‑filosofica ci ricordano che l’ultimo tratto della vita non è un anticipo di nulla, non è il penultimo di qualcosa. È sempre l’ultimo, e proprio per questo è prezioso. San Francesco d’Assisi ci esorta alla pratica dell'umiltà, della preghiera, dell'amore fraterno. In quel tratto si ricompongono trave e foglia, occhio e silenzio, scia e attacco, rotto e finalmente guarito nel profondo.  

È lì che l’umano si mostra senza maschere e dove la cura diventa un atto di verità.

Francesco Iannitti 

lunedì 6 aprile 2026

L'INCLUSIONE SOCIALE


Viviamo di giudizi rapidi e di sentenze che spesso si confondono con opinioni. In questo contesto la domanda su che cosa sia giusto non è solo morale ma pratica: decide carriere, relazioni e la distribuzione delle attenzioni. Si vuole esplorare come la vita pubblica e privata si intreccino, mostrando come atteggiamenti sui generis e strategie di sopravvivenza burocratiche plasmino il senso comune. Quando una sentenza approda, non si chiude solo un caso, si produce un simbolo che rimodella aspettative. È facile confondere il giusto con il conveniente, e così la comunità si abitua a giudizi che galleggiano più per la rumorosità che per la fondatezza. In ambienti dove prevalgono i meccanismi di potere, chi è ai vertici sa come orientare le narrative; chi non lo è resta ai margini, accusato di ingenuità o di essere un sempliciotto; ingenuità che però in San Francesco d’Assisi, ad esempio, era la forza, quella di insegnarci a rispettare tutti noi in quanto fratelli e dunque il Creato in toto.
Le organizzazioni moderne funzionano con procedure che spesso anestetizzano la responsabilità individuale. Le carriere costruite con i tunnel carpali diventano metafora di un lavoro che consuma il corpo e la mente, dove non si misura in saggezza. In questo ambiente, la creatività è vista come un rischio, si premiano comportamenti prevedibili e si stigmatizzano approcci intuitivi e non deduttivi tout-court, anche quando l'intuizione sarebbe la via più feconda.
La cultura delle solitudini allontana dalla società inclusiva davvero. In questo panorama, l'umiltà non è sottomissione ma una pratica etica, riconoscere i propri limiti, ascoltare le differenze e rifiutare la tentazione di emettere sentenze definitive su vite complesse.
La fatica cognitiva si manifesta in modi concreti quando le sinapsi che vanno a 3 cilindri diventano metafora di una società che funziona a bassa intensità, dove la capacità di pensare profondamente si riduce. Resistere significa coltivare spazi di riflessione, allenare la curiosità e rifiutare la logica del risultato immediato. Non si deve rinunciare alla profondità; al contrario, chi mantiene l'attenzione critica può trasformare la frenesia in pensiero.
La sfida sociofilosofica del nostro tempo è trasformare le sentenze in dialoghi e il giusto in ricerca condivisa. Occorre rompere il circuito degli omertosi, valorizzare l'umiltà come pratica pubblica e riconoscere che l'intuitivo e il deduttivo possono collaborare e diventare così un'unica grande risorsa epistemica. Solo così le nostre comunità potranno emergere dall'apparenza e costruire relazioni meno puerili, meno burocratiche e meno solitarie.

Francesco Iannitti 

sabato 21 marzo 2026

L’EMIGRANTE IN PATRIA


L’emigrante in Patria è una condizione contemporanea ancora molto attuale.

Nella nostra epoca, l’identità sembra ridursi allo scattare di un’immagine: un gesto rapido, impulsivo, che pretende di fissare ciò che siamo in un istante. Ma ciò che nasce come nitido, nel giro di pochi respiri appare già sbiadito.  

In questo mondo ci viene chiesto non di essere ma di performare. La vita diventa un palcoscenico permanente, un luogo in cui si deve fornire costantemente una prova di sé: efficienza, emozioni, opinioni, risultati. Bisogna sospendere il ritmo, interrogare ciò che accade a riconoscere che l’identità non è un’immagine ma un processo.

La cultura contemporanea sembra aver smarrito i rudimenti dell’umano:  

- la lentezza,  

- la profondità,  

- la capacità di sostare,  

- la disponibilità a non sapere.  

La logica dominante è quella del sé selfish, non nel senso originario di cura di sé ma come costruzione narcisistica di un’immagine da esibire. Il sé diventa un oggetto da vendere, ottimizzare, mostrare.  

Il counseling filosofico invita invece a recuperare la dimensione originaria del “prendersi cura”: non un gesto egocentrico, ma un ritorno al proprio centro, al proprio respiro, alla propria interiorità.

In questo contesto emerge la figura dell’emigrante in Patria, 

non colui che lascia la propria terra, ma colui che resta e tuttavia non si riconosce più. È un’esperienza sempre più diffusa:  

- sentirsi stranieri nei propri luoghi,  

- non riconoscere più i ritmi che un tempo ci appartenevano,  

- percepire una distanza crescente tra ciò che siamo e ciò che il mondo ci chiede di essere; ciò non è un fallimento ma, come un segnale prezioso, l’inizio di un cammino. L’emigrante in Patria è colui che avverte la frattura e decide di ascoltarla.

La modernità ama definirsi razionale, ma è attraversata da nuove forme di superstizione.  

Non crediamo più negli spiriti, ma crediamo nei numeri, nelle metriche, negli algoritmi. La superstizione oggi è la fede cieca nel dato:  

- “se non è misurabile, non esiste”,  

- “se non è visibile, non vale”,  

- “se non genera attenzione, non ha senso”. In questo clima nasce la figura del buzzicone, l’individuo che vive di rumore, di eccesso, di sovraesposizione. Non importa la qualità, importa il volume. Non importa il contenuto, importa l’impatto. Siamo invece invitati a un’altra forma di ascolto: silenziosa, profonda, non reattiva. Una forma di ascolto che non cerca il rumore, ma il senso.

La pressione sociale ci spinge a diventare personaggi, non persone.  

Un personaggio è definito dal ruolo che interpreta; una persona, dalla profondità che abita.  

C'è bisogno di lavorare proprio su questa distinzione:  

- smascherare i ruoli,  

- riconoscere le maschere,  

- distinguere ciò che facciamo da ciò che siamo. Non si tratta di rifiutare la dimensione sociale, ma di non confonderla con la nostra identità.

Come può l’emigrante in Patria ritrovare casa?  

Non attraverso un ritorno nostalgico, ma attraverso un ritorno al volto

il proprio e quello dell’altro.  

Il volto non è un’immagine da scattare, ma un luogo di relazione, è ciò che resiste alla performance, ciò che non può essere ridotto a un dato, ciò che sfugge alla logica del rumore.

Si accompagna questo ritorno attraverso tre movimenti:

a) Riconoscere la frattura

Accettare di sentirsi stranieri. Non negare il disagio, non anestetizzarlo.

b) Interrogare il proprio cammino,

domandarsi:  

- “Quali parti di me sto performando?”  

- “Quali sto nascondendo?”  

- “Quali sto sacrificando per essere accettato?”

c) Riappropriarsi del proprio ritmo

Ritrovare la lentezza, la profondità, la capacità di sostare.  

Riconoscere che la vita non è un servizio da fornire, ma una presenza da abitare.

Dunque, non sbiaditi, performativi, rumorosi, la vera rivoluzione è tornare a essere persone.  

L’emigrante in Patria non è un individuo smarrito, ma un cercatore:  

colui che avverte che qualcosa non torna e decide di non ignorarlo.  

E forse è proprio in questo gesto semplice, essenziale, radicale che l’emigrante in Patria ritrova finalmente casa.


sabato 14 marzo 2026

SULLA DIGNITÀ POSSIBILE IN UN'ITALIA SMARRITA


In un’Italia che spesso sembra oscillare tra commedia e tragedia, ci scopriamo sempre più permalosi, pronti a reagire con sospetto a ogni parola che incrina la superficie fragile delle nostre certezze. È come se vivessimo in un teatro dove tutti temono di essere smascherati, e così ci si affretta a smascherare gli altri. Il risultato è un clima di inimicizia sottile, un brusio costante di diffidenza che logora più delle grandi crisi. In questo scenario, non mancano figure che ricordano il Gatto e la Volpe: abili nel promettere scorciatoie, nel trasformare i favori in ricatti, nel far passare per virtù ciò che è solo opportunismo. Sono i nuovi falsari, non di monete ma di relazioni, di parole, di intenzioni. E spesso trovano terreno fertile in una società dove la fretta di ottenere qualcosa supera la pazienza di costruire. Intanto, sullo sfondo, si muove la macchina delle utenze, dei moduli, dei timbri, dei burocrati che custodiscono un potere minuscolo ma capace di rallentare vite intere. È un’opera che non produce bellezza, ma solo accumuli di beni e di scartoffie, come se la burocrazia fosse diventata una forma di esistenza autonoma, indifferente alla realtà che dovrebbe servire. Eppure, proprio qui, nel punto più opaco, può accadere qualcosa di sorprendente. Può accadere che qualcuno, un volto inatteso, un gesto gratuito, una parola non calcolata, ci dica: “Ti stavo aspettando!” Non come frase di circostanza, ma come rivelazione: la vita non è solo un intrico di interessi, ma anche un luogo dove si può essere accolti senza condizioni. È in questi spiragli che ritroviamo la dignità, non come orgoglio ferito, ma come radice profonda dell’essere umano. Una dignità che non ha bisogno di ricatti né di favori, perché si nutre di Fede, di amore, di quella pace che non è assenza di conflitto ma presenza di senso. La consapevolezza nasce proprio qui: nel riconoscere che la nostra opera quotidiana, piccola o grande che sia, può essere un contributo alla ricostruzione del tessuto umano, non alla sua corrosione. E che la clemenza, parola quasi scomparsa dal vocabolario civile, è invece una forza rivoluzionaria: non debolezza, ma scelta di non rispondere al male con la sua stessa logica. Forse l’Italia non ha bisogno di nuovi eroi, ma di uomini e donne che sappiano sottrarsi alla tentazione di essere il Gatto o la Volpe di turno; persone capaci di custodire la propria dignità e quella altrui, anche quando il mondo sembra chiedere il contrario. E allora sì, forse possiamo dircelo anche noi, ogni tanto, con un sorriso che non è ingenuità ma coraggio: ti stavo aspettando. Perché la rinascita, in fondo, comincia sempre da un incontro... Insieme!

Francesco Iannitti