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sabato 20 febbraio 2016

Aggiustando



Proseguendo, sulla strada del sentire,
mi rassereno nel controllare le orme lasciate
che, già cancellate, hanno abbracciato la mia storia,
una tra le tante, un pezzo di memoria nell'andirivieni
dei destini, nei chiaroscuri dell'animo laddove è bello sapersi amati.
Ho rivisto il mostro, l'ho guardato negli occhi, quei suoi occhi
incantatori, quel suo silenzio, rumoroso nelle stanze dei miei trascorsi.
Ho raggiunto la ragione che cercavo, ne ho assaporato la sconfitta,
la deplorevole "scusa" che è solo pronunciata, respirata ad alta voce.
E' un gioco questa vita, è l'eternità stessa racchiusa in quella lacrima
non scivolata sull'avaro volto, con testardaggine trattenuta nel lobo oculare,
così solo per guardare, come se un fuoco intenso stesse bruciando in mezzo a noi,
tra noi lì, deformandoci. Depurante quella fiamma che riporta sulla retta via, non grigia,
razionalmente inquadrata nei passi a proseguire e adeguatamente distanziata
dallo sguardo indiscreto ed irriverente, è il percorso verso il vero sé.


Francesco Iannitti

domenica 4 ottobre 2015

A negare


… come quando al mattino,
la finestra aprendo, di rugiada e
di passi che a ripercorrerli riempiono
i solchi in attesa del seme.
E non solo le ginestre e i gerani,
dai loro vivaci profumi,
emanavano fragranze e stimoli,
di ricordi umani eran fatti i minuti,
di intramezzi scorretti gli sguardi distratti.
Procedendo discreta la sera, di elegia già gonfia,
occhi sugli occhi che sussurrando sorridono,
fiori di loto ad attenderci, altri anfratti.
Il sapore che quel bacio andava a ricamare.
Non era il cerchio in un quadrato la corretta via
fino a casa, era tortuosa sì, ma non perigliosa
laddove coscientemente mostrata, accompagnata.
Comandava la penna la mano impaziente,
scrittura dettata da ombre a dir poco sciamane
se ritraendomi cancello e correggo, distolgo destino.
E’ questo il vero amore? Palesato in ritirata?
Son questi i sentimenti di un gatto per il suo pezzo di Colosseo?
“Sì” si sentì, erano i cori armoniosi dei cuori tuonanti,
il gladiatore che infilza il cibo e addenta.

Francesco Iannitti

Fretta

“Sono stato frettoloso a giudicare
i tuoi occhi, così tanto azzurri.
Frettoloso anche nel condannare
il tuo sguardo, irremovibile sul tramonto.
Non eran di ghiaccio le tue sillabe,
seppur in inverno le pronunciasti.
Non violenti i tuoi gesti,
nonostante veloci i movimenti.
Così frettolosamente m'innamorai,
i segni erano quelli... inconfondibili no?!
Tachicardia, balbuzia, codardia!”

Francesco Iannitti

sabato 3 ottobre 2015

INCONTRO


Pareva di fattezze disumane, con abiti succinti e di lontana provenienza,
tout-court la etichettarono puttana, non era insolito da quelle parti,
insolite erano le sue misure, il color della sua pelle, le sue rotondità così perfette,
bisogna capirla la gente, non era abituata.
La sua “stella” natia non permette errori di sorta,
né la Natura fallar poteva, come poter qui tenerla
se non è umana la sua progenie?
“La si rispedisca al mittente” tuonavano scandalizzati i più anziani,
“Ancora un momento” argomentarono i loro compaesani,
“Non la si può toccare, se non una donna potrà tentare”!
“Ma qualcuno la dovrà pur visitare”,
“Il parroco, lui sì che può”.
La giovine non parlava, roteava gli occhi
seguendo gli acuti e spostando così l’attenzione
sulle labbra in movimento di ognuno di loro, “Che strani” pareva pensasse,
“Ma lasciamo che lei parli, lasciamo almeno tenendola a debita distanza”
“Avanti parla”! Lei continuava a guardare, guardava quelle labbra,
le labbra della gente… le labbra rapide, le labbra attente.
“Vedete, non risponde”! “E’ un demone, scappiamo”!
“Non preoccuparti signora Rosa, ci siamo qui noi uomini, ci pensiam noi”.
Il sole regalava i suoi ultimi raggi, rendendo il paesaggio fiabesco,
i suoi contorni venivano valorizzati dall’ombra che si formava nella terra;
si mosse e la folla indietreggiò, allungò le braccia, le mani mostrando,
aprì la bocca ed emise alcuni suoni incomprensibili…
“Aiutooo” si sentì gridare da un monellino conosciuto per le sue marachelle,
“Correte gente prendete le armi, ci si deve difender”,
di corsa arrivò il cacciatore con lo schioppo, alla vista del quale
la straniera sospirò, si ritrasse un po’ e s’inginocchiò.
Le canne erano rivolte al suo petto, i metri potevano essere quasi venti,
nessuno più fiatava, la giovine tremava, le lacrime copiose il volto le rigavano,
“Smettetela buzzurri”! Urlò di un colpo il medico che dietro a quella folla
a gran passi andava facendosi spazio.
“Attento dottore, ‘sta volta la sua scienza non l’aiuta, la straniera ha artigli a mo’ di gatta”!
“Che razza disumana mi tocca curare, che stupidi beoni mi tocca ascoltare,
la ragazza è umana e altroché, spaventata e disorientata e questo si vede”,
“Alzati, offrendole la mano, di dove vieni”?
Sollevò il volto angelico e con la mano toccò la mano del medico,
si portò il dito indice alla bocca… “Scostumata”! urlò la sarta,
con gli occhi pieni di lacrime guardò gli occhi del dottore,
mosse il capo con diniego ed emise alcune flebili sillabe.
“Bastardi, andate via, andate viaaa”!!! Gridò il medico rivolgendosi alla sua gente,
“Il medico è stato posseduto al tocco della sua mano” urlò Gilberto il sagrestano,
“La ragazza è sordomuta razza di caproni” sentenziò lo scienziato sconfortato,
la sollevò e cingendole la vita color ebano i passi le indicò.

Francesco Iannitti

Articolo


http://www.counselingitalia.it/articoli/836-discorso-semi-serio-sul-counseling-filosofico

sabato 23 novembre 2013

DELL'ESSERCI

AUTOPSICOGRAFIA

"Il poeta è un fingitore. 
Finge così completamente 
che arriva a fingere che è dolore 
il dolore che davvero sente. 

E quanti leggono ciò che scrive, 
nel dolore letto sentono proprio 
non i due che egli ha provato, 
ma solo quello che essi non hanno. 

E così sui binari in tondo 
gira, illudendo la ragione, 
questo trenino a molla 
che si chiama cuore."


                                  Fernando Pessoa




Dove termina la finzione ed inizia la realtà? 
Si finge per necessità di camaleontico adattamento all'esistenza stessa, dove l'esistere diventa situazione sine qua non poter "sopravvivere".
Ma se lo si fa parlando, immaginiamoci quanto non lo si sia fatto scrivendo.
Non tutto ciò che si scrive o si dice è finzione, non tutto ciò che si vive è davvero reale.
La nostra realtà diventa il nostro mondo, ciò che vediamo assume le connotazioni della realtà, da qui ci creiamo il nostro sistema di vita e da qui ne traiamo la nostra personale weltanschauung.
"L'insistenza sulla domanda", ci suggerisce Carlo Sini nel suo saggio, "Etica della scrittura" alla pagina 201 "... cioè la domanda come pratica dell'evento, è una pratica di pensiero sui generis. Essa ha una peculiarità in ciò: che non fa della domanda la premessa del dire, cioè non domanda per sapere. Ma neppure fa della domanda la premessa del tacere, come luogo di scoperta del non sapere e del non poter sapere."
Non sempre però la risposta è a portata di mano. Risposte non ce ne sono e quando la domanda si fa più insistente, si tende a voler sondare l'insondabile. Ciò che non esiste, prende corpo nel momento in cui lo si pensa, una radio è tale, anche se non presente come oggetto in quel momento lì davanti, perché la sto concettualizzando, ecco le ho dato vita! E dunque la vita? C'è, chiaro che c'è. Detta attraverso Parmenide:
"Nel poema, una dea senza nome propone al narratore di scegliere tra due strade: quella dell'essere e quella de non essere. La seconda, tuttavia, si rivela illusoria, poiché in non-essere non si può pensare né esprimere a parole. Proprio come "vedere niente" è non vedere, parlare o pensare al niente è non parlare e non pensare affatto, affrontare il nulla non porta ad alcun risultato." Jim Holt, Perché il mondo esiste?, Utet, Novara 2013, pag. 59
Quindi cos'è reale? Ciò che la nostra mente è in grado di pensare, diventa improvvisamente reale, indipendentemente che si tratti di qualcosa di concreto o di astratto. E la finzione dunque? Esiste anch'essa. Si finge perché fingendo confermo altresì la mia presenza nel mondo, e così fingo di star male per ricevere attenzioni da qualcuno distratto, fingo di sognare ad occhi aperti per attribuirmi l'"aria" da artista, ecc.
La necessità di esserci, in un dato momento, determina la scelta di alcuni "stratagemmi" atti alla visibilità. Le accuse, mai a cose, fatti o persone, in realtà sono accuse all'esistenza stessa che, obbligandoci su questa terra in un dato periodo, ci relega in una sorta di anonimato collettivo. Esistenzialmente questa è una vera e propria mazzata fra capo e collo. Attraverso le emozioni pensate ed esternate, frutto di esperienze, ci diamo addirittura un ruolo, il ruolo degli esistenti, non dei giudici, A più Alto Giudizio saremo chiamati, ed è a Lui soltanto che dovremo lasciare la possibilità di sentenziarci per stimolarci ad intraprendere il giusto cammino. Rimanendo così in tema di realtà e finzione, attraverso le parole di Georg Groddeck nella sua opera "Il linguaggio dell'Es":
"L'occhio miope non è meno efficiente dell'occhio cosiddetto normale, semplicemente opera in altro modo. Limita l'orizzonte, alleggerisce quindi l'attività di rimozione della vista."
Ci accorgiamo che tutto ciò che vediamo, e che crea quel nostro "perimetro", detta con Ran Lahav, è solo una delle molteplici sfaccettature del tutto che vanno a comporre quella realtà, o finzione che essa sia, così come noi desideriamo che ci appaia, a tal proposito sentenzia Robert Nozick nel suo testo, "La vita pensata" alla pag. 168:
"La realtà che la persona produce o incoraggia negli altri è imputata di rimando alla sua stessa realtà."
In parole povere ci troviamo quotidianamente a vivere l'evolversi dell'esistenza assaporando con i nostri sensi e facendo sintesi attraverso le categorie del nostro intelletto. Tutto questo è reale, tutto questo è la vita stessa, nel bene e nel male. A noi spettano le scelte, sofferte, di aderire o meno a dei comportamenti che evolvendosi determineranno la nostra presenza sulla terra, al di là degli altri ma anche in contatto con essi perché se il percorso è individuale, l'andare è spesso comune a quelli con i quali ci troviamo quotidianamente a dover interagire. 
"Ogni singolo tu è una breccia aperta sul Tu eterno." Maria De Carlo, Appunti per la ricerca di una direzione - Saggio su Martin Buber, Grafie, Potenza 2013, pag. 29